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30 settembre 1997

30 settembre 1977 - 30 settembre 1997

20 anni dalla morte di Walter Rossi.

Ucciso da una banda di fascisti. Nessun colpevole.

Ricordare a vent’anni di distanza il proditorio assassinio, significa ricordare la sua brevissima esistenza prematuramente interrotta ma significa anche cercare di comprendere il perchè di quella morte.

Walter faceva parte di una generazione di giovani che sull’onda del movimento del 1977, credeva che fosse giusto impegnare le proprie energie, il proprio tempo, la propria esistenza per impedire che altri decidessero la propria vita, il proprio tempo e la propria esistenza.

Un impegno politico in prima persona ed insieme ad altri che ritenevano che il singolo dovesse contribuire al formarsi delle scelte che regolavano la vita di ogni giorno: scelte politiche, economiche e culturali.

La possibilità che l’individuo possa cessare di esistere per aver tentato di affermare la propria personalità o della morte di massa per attentati in cui il valore della vita umana veniva barattato con pochi mesi in più di permanenza al potere, non può rimanere senza spiegazioni, senza uno sforzo continuo di comprenderne le motivazioni, le responsabilità politiche e dirette.

Il principale nemico di questo sforzo interpretativo è la normalizzazione di questi fatti e la lettura semplicistica e codificata degli avvenimenti che hanno interessato la storia del nostro paese.

La semplificazione della storia dell’Italia risponde all’esigenza di minimalizzazione degli scontri violenti che l’hanno attraversata dalla fine della guerra ad oggi, o alla malevola e deviante lettura che una parte considerevole istituzionale e non, vuole offrire e propinare in un intento “stabilizzante” degli equilibri di potere tra le forze politiche che si sono susseguiti nel governo del paese fino ad oggi.

Ripercorrere gli ultimi cinquant’anni da parte di tutte le forze che in modo “riformista” o “rivoluzionario” ambivano a mutare “lo stato di cose presenti”, rappresenterebbe non solo un tentativo per dare una risposta storiografica da parte degli stessi protagonisti, ma fornirebbe un materiale di discussione e lettura degli attuali assetti che convivono e confliggono nella nostra società.

I fatti che si sono determinati in Italia sono suscettibili di lettura attraverso la lente politica e storica ed attraverso quella processuale.

Raramente queste letture coincidono e non tanto perchè le varie interpretazioni politiche erano di “parte”, e, quindi condizionate dagli obiettivi che volevano raggiungere, ma perchè non è stato possibile, a causa di un fenomeno unico nel mondo industrializzato, per l’intervento di settori anche istituzionali, che hanno impedito che l’indagine pervenisse all’individuazione dei responsabili.

Vi sono, però, dei fatti incontrovertibili sui quali non è possibile fornire spiegazioni difformi da quella che gli stessi hanno effettivamente rappresentato.

Il mondo diviso in sfere d’influenza dopo la fine della seconda guerra mondiale, ratificato con il trattato di Yalta, ha condizionato la politica internazionale e nazionale di ogni Stato che rientrava in uno o l’altro degli schieramenti.

Il rassetto delle varie comunità nazionali che dovevano darsi una struttura istituzionale ed economica ha risentito di queste emergenze e condizionamenti.

In Italia, le elezioni del 18 aprile 1948, dopo la promulgazione della Costituzione ad opera di tutte le forze politiche e sociali che avevano sconfitto il nazifascismo, hanno visto schierarsi, in forze contrapposte, gran parte della nostra popolazione.

La Democrazia Cristiana di De Gasperi ha vinto quelle elezioni anche e soprattutto per il fronte anticomunista che i vincitori USA, insieme alla chiesa cattolica,  avevano foraggiato e sostenuto per evitare e scongiurare che l’Italia, con la vittoria delle sinistre potesse cadere sotto l’influenza dell’URSS.

Gli anni che sono seguiti sono stati caratterizzati da questo scontro e dai timori che il predominio di uno schieramento sull’altro potesse coinvolgere l’Italia a favore dei paesi dell’est.

Il boom economico, la presa di coscienza della classe operaia, l’impossibilità di mantenere in atto il monolitico potere democristiano, hanno consentito la crescita sempre più determinante di movimenti di massa critici radicalmente verso gli equilibri esistenti.

Alla fine degli anni ‘60 gli studenti rifiutano di accettare l’etica del lavoro e i valori di progresso e civiltà tradizionali, affermano il loro protagonismo nel campo sociale, culturale e politico, tentano di uscire dai rigidi schemi della contrapposizione capitalismo-socialismo reale.

In fabbrica si amplia la conflittualità travalicando la semplice rivendicazione salariale (produzione-profitto-rivalutazione del salario), si comincia a discutere della qualità della vita, a rimettere in discussione lo stesso ruolo dell’operaio come semplice forza-lavoro.

La peculiarità della situazione italiana determina la radicalizzazione estrema dello scontro in atto, il controllo fino allora egemone dei sindacati  del mondo del lavoro così come quello democristiano dell’area cattolica, comincia a far intravedere vistose incrinature. Il regime democristiano teme a ragione di una probabile sconfitta elettorale a favore delle sinistre; si apre così la stagione delle stragi di stato.

Il terrorismo di stato tra bombe, aggressioni fasciste e poliziesche, se da una parte causò la spinta a destra di gran parte dell’arco politico costituzionale, compreso il PCI che cominciò a pensare di traversare “il guado”, dall’altra rese inevitabile la caratterizzazione politica ed antagonista di tutto il movimento giovanile, sia studentesco che operaio. Ormai il confronto si stava delineando tra una borghesia ottusa e fondamentalmente reazionaria e le spinte emancipatrici e progressiste di soggetti sociali in profonda mutazione.

Le stragi non volevano “destabilizzare” la situazione politica ed economica, ma “stabilizzare” i precari equilibri economici e politici che le lotte contadine ed operaie, l’emancipazione delle donne e dei giovani, avevano messo in discussione.

Il movimento del ‘68, le lotte operaie del 1969, erano la concretizzazione di questa presa di coscienza e di potere che l’individuo iniziava a rivendicare. Di fronte a queste minacce e di fronte ad una mai malcelata volontà autoritaria, si sono dispiegati potentati economici e politici che da una parte hanno cercato di modificare in senso conservatore i punti nevralgici della nostra società e dall’altra hanno sovraesposto lo scontro in termini terroristici e militari.

In questo quadro si maturarono le condizioni che portarono alla più grave sconfitta della sinistra in Italia del dopoguerra; nella seconda metà degli anni ‘70 le contraddizioni sociali e politiche arriveranno ad una radicalizzazione estrema: il più grande partito della sinistra occidentale decise di passare il fiume che divideva il modello capitalista dall’alternativa socialista, diventando di fatto il più agguerrito difensore delle istituzioni borghesi.

La sciagurata ipotesi del compromesso storico privò, in un momento  di altissima tensione sociale, del loro naturale riferimento politico e organizzativo,  centinaia di migliaia di operai, studenti, giovani, donne. Molti furono i momenti di spaccatura ma sicuramente la cacciata di Lama dall’università di Roma da parte del movimento degli studenti, fu il simbolo di una rottura drammatica, non solo tra la critica radicale dei movimenti giovanili e la rappresentanza politica più forte e carismatica della sinistra italiana ma  soprattutto tra coloro che credevano ancora nel “cambiamento” e chi ormai accettava “il modello unico”.

L’esplosione libertaria e antagonista del ‘77 portava in se la disillusione su una sinistra nazionale e internazionale incapace di proporre una sia pur minima alternativa al sistema di produzione capitalista, insieme alla consapevolezza di una trasformazione profonda della società occidentale, quella che si sarebbe concretizzata negli anni ‘80 con l’attacco strutturale che il liberismo avrebbe portato alle conquiste economiche, politiche e sociali degli anni precedenti.

Il malessere di un’intera generazione produsse comportamenti diversificati e spesso contraddittori, ma che avevano come comune matrice il crollo dei riferimenti sociali che avevano accompagnato fino agli anni ‘60 le generazioni del dopoguerra. I giovani operai guardano fuori della fabbrica a possibilità più remunerative e meno faticose, rifiutano l’idea del posto fisso, del farsi appendice della macchina a vita; si diffonde il rifiuto del lavoro, non si parla più di presa del potere ma della sua distruzione, si parla di tempo liberato dalla schiavitù del lavoro, parallelamente si diffonde l’autogiustificazione del “parassitismo”, del furto-esproprio, del prendere il più possibile con il minimo dispendio di fatica e di tempo, lo Stato diventa sinonimo di oppressione in tutte le sue componenti politiche e istituzionali, senza più mediazione.

Lo scontro tra potere e contropotere si trasformò nella contrapposizione tra garantiti e non garantiti, tra integrati e emarginati, tra chi rinunciava e chi ancora promulgava la “necessità del cambiamento”; tutto ciò si sintetizzò nelle spinte principali che contraddistinsero la fine degli anni ‘70 e il successivo decennio: lo scontro armato, il riflusso individualista e la resa senza condizioni al modello sociale del capitale.

Walter, e come lui tanti altri giovani comunisti e non, sono morti e sono stati uccisi  perchè hanno personificato con la propria esistenza la voglia di cambiamento e di emancipazione.

La loro voglia di partecipare, di contare di essere protagonisti della loro esistenza in questo Paese, ha rappresentato una minaccia che doveva essere scongiurata ed evitata, anche con l’estremo rimedio: l’annientamento fisico.

In nome dell’anticomunismo e del mantenimento degli assetti economici esistenti, si è consentito un’ affievolita dialettica politica, che a fronte di una libertà “drogata”, ha inserito anche lo strumento dello stragismo e dell’assassinio come soluzioni nella contrapposizione degli schieramenti politici.

Non sembra casuale che questa situazione non abbia avuto una lettura processuale adeguata attraverso l’individuazione e la condanna dei responsabili. Come le stragi non hanno avuto dei responsabili processuali, così gli assassini di Walter sono rimasti ancora ignoti processualmente. Vi è un filo perverso che collega questi fatti.

Queste riflessioni possono essere il tema di un dibattito allargato, nella contrapposizione delle varie posizioni e che non sia obbligato ad una sintesi comune ed univoca.

Non si tratta solo di celebrare l’anniversario della morte di un giovane di 20 anni che in una giornata di autunno veniva ucciso a colpi di pistola in una strada romana, ma si vuole cercare di comprendere che quella morte serviva in quel momento per offrire una visione terroristica dello scontro politico.

Si tratta di comprendere il perchè non si arrivati a scoprire gli autori dell’assassinio.

Si tratta di comprendere perchè ancora oggi a tanti anni di distanza non si è arrivati a conoscere i responsabili degli assassinii e delle stragi.

Si tratta di comprendere perchè solo alcune inchieste investigative hanno consentito solo alcuni processi.

Si tratta di rifiutare una lettura riduzionistica che vedrebbe nei “servizi deviati” la causa di questo scandalo nazionale.

Nessuno stato, nessuna repubblica, nessuna società potrà ricostituirsi o rinnovarsi se non opera una lettura di ciò che ha contrassegnato i suoi passaggi storici più importanti, senza veli od ostacoli.

Gli obiettivi che questa discussione vorrebbe raggiungere appaiono ancor più attuali e cocenti di fronte ai tentativi di una rivisitazione storica e politica che parte delle forze conservatrici vorrebbe imporre anche attraverso la strumentalizzazione di provvedimenti giudiziari.

L’ordinanza emessa da un G.I.P. presso il Tribunale di Roma per il non accoglimento della richiesta di archiviazione presentata nei confronti dei partigiani che portarono a termine l’azione di via Rasella, assume un valore che travalica i limiti dell’interpretazione giuridica. La stessa richiesta di archiviazione del P.M. definiva l’azione di via Rasella atto illegittimo di guerra che poteva però rientrare nell’amnistia post-bellica. Il G.I.P. non solo non accettava questa interpretazione ma riteneva di verificare la possibilità di qualificare l’azione di via Rasella come strage e quindi non configurabile tra gli atti di guerra pur non legittimi.

Ciò non può ridursi in una disputa tecnico-giuridica circa la qualificazione di un’azione che si opponeva ad un esercito occupante e contro reparti delle SS, ma costituisce certamente un valore politico che rappresenta non solo un tentativo di ribaltamento storico,  ponendo sullo stesso piano gli assassini e le vittime, gli aggressori e gli aggrediti, ma tenta di svilire i valori nascenti della Resistenza per minarne i principi e preparare una nuova Costituzione.

In tal senso i lavori della Bicamerale assumono significati rilevantissimi sia per quanto riguarda il nuovo assetto istituzionale che, successivamente, per gli stessi principi fondamentali.

La lettura del passato appare necessaria per la comprensione del futuro ed ogni dibattito che riesca ad affrontare anche la questione della soluzione politica degli anni di piombo, rappresenterà un tentativo ineludibile per la ricerca di una verità dimenticata, mistificata o, peggio, rifiutata.

Per questo i “compagni di Walter” credono che il ventennale dell’assassinio debba essere un momento che non solo ne ricordi la figura e la scomparsa ma sia anche occasione per promuovere un dibattito, senza steccati o pregiudiziali, che affronti gli argomenti presenti in questo documento.