Walter Rossi
Walter Rossi
 

Forse non è altro che una questione di tempo e di luce. Come nella fotografia, come nel cinema, nella memoria.
Anche i ricordi sono fatti di tempi e di luce. Un tempo plastico che si allunga e si accorcia, si allarga e si stringe. Prima o poi finisce col trovare un accordo col tempo della vita. Prima o poi i ricordi si sistemano, trovano un loro ordine.
Smettono di accavallarsi, di azzuffarsi, di fare male. Anche la luce che sul tempo li stampa, li fissa, li cuce, finisce col trovare una sua accettabilità. Non sempre è carezzevole, può rimanere qualche contrasto un po’ troppo accentuato, qualche sfiammatura, qualche punto troppo scuro, troppo impastato, ma diventa sopportabile. Smette di ferire.
Ma ci sono ricordi più forti della stessa memoria.
Ricordi in cui il tempo finisce di colpo, si ferma per sempre. E la luce, che trascina le immagini, non può lasciare quel tempo finito. Ha paura di perdersi. Torna indietro, rimbalza, si avvolge, si aggrappa a quel tempo interrotto.
Diventa diversa, più bianca, cruda come quella dei vecchi lampi a polvere di magnesio. E diventa concreta. Nelle immagini si può sentire sulla pelle, diventa un vento  che spinge indietro i vestiti, i capelli.
I ricordi si fermano, si ghiacciano. E quella luce lavora ogni grana, ogni punto e li fa diventare cocci di bottiglia.
Nella notte di tanto tempo fa i capelli rimangono tirati indietro e mostrano una pena insopportabile.
Piega anche le ossa dei giovani che si tengono stretti. Lei lo abbraccia e gli accarezza la nuca, lui preme forte le guance nell’angolo che fa il braccio di lei, piange e si copre gli occhi con la mano. Sul viale in discesa una nuvola di sangue con grandi spalle si allunga verso il basso.
Una sciarpa si incolla lentamente sull’asfalto.
Tante facce da liceo, da media superiore, da primo anno di università.
Facce viste sempre insieme.
Sembrava che la solitudine non esistesse. Per anni erano arrivate le loro risa, parole, frammenti di discorsi. Gli intervalli di scuola passati a parlare dalla rete con i reclusi del manicomio, l’amore, la naturalezza con cui accostavano ogni dolore, ogni particolarità, ogni diversità. Sempre insieme. Insieme, senza accorgersene, semplicemente vivendo, scrivevano pagine di storia. La morte non colpisce a caso.
Ci sono ricordi che non possono ridursi a lapidi, a procedimenti giudiziari, ad incartamenti e faldoni.
Ci sono ricordi che ci chiedono continuamente vera giustizia. Quella che solo ognuno di noi può dare. Una giustizia fatta di memoria che abbraccia e culla, della tenerezza e della tensione di tutta la vita. Ricordi pesanti da portare. Ricordi che costano cari.
Sono passati tanti anni, nell’osteria del mercato si potevano incontrare i volti che piansero quella notte.
Arrivavano parole, espressioni, brandelli di discorsi. Qualcuno di loro tornava da continenti lontani, qualcuno da isole dimenticate, qualcuno dai mondi del cinema, qualcuno da difficili imprese culturali e commerciali. Uno di loro divenne campione nel gioco del pallone, distrusse con la sua onestà il giocattolo ipocrita della nazione. Ne uscì letteralmente con le gambe spezzate.
Ognuno faceva i conti con la vita e la solitudine.
Tornavano sempre all’osteria del mercato e non ebbero mai per commensali la normalità, l’abbandono, il tradimento.
Tano D’Amico